sabato 18 ottobre 2025

 La storia di Pigmalione


Pigmalione era uno scultore. 

Probabilmente il migliore in tutto l'impero tra gli artisti che lavoravano la pietra.

Una notte sogna una donna bellissima e sensuale che entra superba nella sua stanza. 

Pigmalione crede sia Afrodite, la dea dell'amore e del sesso, e pensa che sia lei stessa a inviargli quell'immagine per chiedergli di scolpire in un blocco di marmo una statua in onore alla sua divinità.

Il mattino dopo Pigmalione va nella cava di pietra e trova, come se stesse li ad aspettare lui, un gran pezzo di marmo che combacia perfettamente con l'idea dell'opera: la donna del sogno, a grandezza naturale, in piedi, appoggiata a una parete che guarda altezzosa il mondo dei mortali.

Durante i mesi successivi, l'artista toglie via della pietra tutto il superfluo per far apparire la bellezza perfetta dell'opera. 

Ogni giorno lavora instancabilmente, ogni notte sogna quel viso, quel corpo, quelle mani, quell'espressione. 

La statua va prendendo forma e, dato che Pigmalione dorme nella bottega, ogni mattina è la donna di marmo la prima figura che incontra.

Pigmalione non solo riesce a vedere dentro di sé l'opera terminata, ma comincia anche a chiedersi come sarebbe quella donna se fosse viva. 

A ogni intaglio lo scultore porta alla luce ciò che già sa, perché l'ha immaginato, di quella femmina perfetta.

Per aiutarsi a definirla le ha dato un nome. Si chiama Galatea.

I particolari vengono rifiniti a mano a mano che aumento l'ossessione dell'artista di finire l'opera. 

Non è il desiderio di portare a termine il lavoro che potrebbe provare qualsiasi scultore, è la passione di un innamorato di incontrare la sua amata una volta per tutte.

Finalmente quel giorno arriva. Manca solo la levigatura e Galatea potrà essere presentata in società. «Il mondo resterà senza parole davanti alla tua bellezza>> dice al marmo. 

Quella notte, una brezza che entra dalla finestra lo sveglia.

Una donna bellissima è in piedi davanti a Galatea. 

Emana un bagliore intenso. E' Afrodite in persona. E scesa fino alla bottega per vedere l'opera di Pigmalione a lei dedicata

«Complimenti, scultore, è un capolavoro. Sono molto soddisfatta. Chiedimi ciò che vuoi e io te lo concederò» dice la dea.

Pigmalione non esita. Lui sa cosa desidera. Ci pensa da settimane.

«Grazie, Afrodite. Il mio unico desiderio è che tu dia vita alla mia statua. Che tu faccia in modo di trasformarla in una donna in carne e ossa, una donna che sia, senta e pensi cosi come io l'ho immaginata>>.

La dea ci riflette e alla fine decide che lo scultore se l'è guadagnato.

«E sia>> dice Afrodite, e poi scompare dalla stanza.

Combattuto tra l'allegria e lo sconcerto, Pigmalione vede Galatea aprire i suoi enormi occhi e la sua pelle passare dal gelido bianco del marmo al tiepido e rosato colore della pelle umana.

L'artista si avvicina e le porge una mano perché la donna scenda dal piedistallo.

Con un gesto principesco, Galatea accetta la mano di Pigmalione e scende camminando altera verso la finestra.

«Galatea dice Pigmalione, «tu sei la mia creazione. 

Dentro e fuori sei esattamente come ti ho immaginato e desiderato.

Questo è il momento più felice nella vita di qualsiasi mortale.

La donna che sognavo, così come l'avevo sognata, davanti a me.

Sposami, splendida Galatea».

La bellissima donna gira il capo e lo guarda dall'alto in basso per un istante. Poi guarda di nuovo verso la città e, con la voce che Pigmalione si era immaginato, dice quello che l'artista non avrebbe mai pensato di sentire:

«Sai perfettamente ciò che penso e che sono.

Davvero credi che una come me potrebbe accontentarsi di uno come te?.


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Jorge Bucay

venerdì 17 ottobre 2025

 A volte lasciar andare le cose è un atto di gran lunga più potente che difendersi o aggrapparsi. 


Eckhart Tolle

giovedì 16 ottobre 2025

Meditare non significa evitare la società; significa guardare in profondità per avere il tipo di intuizione necessaria per agire. Pensare che basti sedersi e godersi la calma e la pace è sbagliato.


Thich Nhat Hanh



mercoledì 15 ottobre 2025

 Le cose sono come sono. Osservando il cielo di notte, non facciamo paragoni tra stelle giuste e sbagliate, né tra costellazioni ben disposte e mal disposte. 


Alan Watts

martedì 14 ottobre 2025

Se otteniamo qualcosa, è lì fin dall'inizio dei tempi. Se perdiamo qualcosa, è nascosto da qualche parte vicino a noi.


Ryokan

lunedì 13 ottobre 2025

 Pensare di essere felici

diventando qualcun altro

è un'illusione.

Diventare qualcun altro

semplicemente scambiare

una forma di sofferenza

con un'altra forma di sofferenza.

Ma quando sei soddisfatto

di ciò che sei ora,

giovane o vecchio,

sposato o single,

ricco o povero,

allora sei libero dalla sofferenza.


Ajahn Brahm

domenica 12 ottobre 2025

 La superstizione parentale – James Hillman


Se esiste nella nostra civiltà una fantasia radicata e incrollabile, è quella secondo la quale ciascuno di noi è figlio dei propri genitori e il comportamento di nostra madre e di nostro padre è lo strumento primo del nostro destino. Così come abbiamo i loro cromosomi, allo stesso modo i loro grovigli e i loro atteggiamenti sono gli stessi nostri. La loro psiche inconscia – le collere rimosse, i desideri irrealizzati, le immagini che sognano la notte – conforma congiuntamente la nostra anima e noi non riusciremo mai e poi mai a venire a capo di questo determinismo e a liberarcene. L’anima individuale continua a essere immaginata biologicamente come un frutto dell’albero genealogico. La nostra psiche nasce da quella dei nostri genitori, così come la nostra carne nasce dai loro corpi.


Da qualche parte, tuttavia, un folletto continua a sussurrare un’altra storia: «Tu sei diverso; non assomigli a nessuno della famiglia; tu non sei dei loro». Nel cuore si annida un eretico, che chiama la famiglia una fantasia, una superstizione.


Del resto, il modello biologico stesso presenta smagliature che lasciano perplessi. Sappiamo spiegare e praticare più facilmente la contraccezione che non la concezione. Che cosa avviene in realtà in quel compatto, verginalmente integro, solitario ovulo, che permette a quell’unico particolare spermatozoo, tra milioni, di penetrare? Ma forse sarebbe più giusto chiederlo allo spermatozoo: ce n’è uno tra voi che è più furbo, più intraprendente degli altri o forse più congeniale, che sente una maggiore affinità? O è un caso, una questione di «fortuna»… ma poi, che cosa si intende per fortuna? Sappiamo molte cose sul DNA e sui risultati della congiunzione, ma rimane intatto il mistero sul quale Darwin spese la vita, il mistero della selezione.


La teoria della ghianda propone una soluzione antica: è stato il mio daimon a scegliere sia l’ovulo sia lo spermatozoo, così come aveva scelto i portatori, detti «genitori». La loro unione deriva dalla mia necessità, non il contrario.


Questo non aiuta forse a spiegare le unioni impossibili, le incompatibilità e le mésalliances, i veloci concepimenti e i bruschi abbandoni che si verificano tra i genitori di molti di noi, e in particolare nelle biografie delle persone eminenti?


Lui e lei si sono messi insieme non per unirsi ma per concepire quella persona unica e irripetibile, dotata di una particolare ghianda, che poi sono risultato essere io.


Prendiamo, per esempio, la storia di Thomas Wolfe, lo strabordante, fluviale scrittore neoromantico delle Smoky Mountains, nato il 3 ottobre del 1900. I suoi genitori, scrive il suo biografo Andrew Turnbull, si unirono in «un’epica mésalliance. Sarebbe difficile immaginare due persone più incompatibili per temperamento».


Il padre era «prodigo, sensuale, espansivo»; la madre «coriacea, parsimoniosa, repressa». Come avranno fatto a incontrarsi? Una quindicina di anni prima della venuta su questa terra di Thomas Wolfe, sua madre, Julia Westall, una maestrina di campagna di ventiquattro anni, capitò nella bottega di W.O. Wolfe, un marmista specializzato in lapidi che aveva al suo attivo un divorzio e una vedovanza. Ci entrò per vendere dei libri (arrotondava così le sue entrate). «Dopo aver dato un’occhiata al libro che voleva vendergli, lui sottoscrisse l’ordine. Poi le chiese se le piacevano i romanzi. «“Oh, leggo di tutto” rispose Julia. “Un po’ meno la Bibbia. Insomma, non quanto dovrei”. «W.O. disse che a casa aveva alcuni bei romanzi d’amore, e quel pomeriggio … le fece recapitare St. Elmo, di Augusta Jane Evans. Alcuni giorni dopo, quando Julia ripassò per vendere un altro libro … W.O. insistette perché si fermasse a pranzo, dopo di che la condusse di là per mostrarle allo stereoscopio i suoi dagherrotipi della guerra civile … le prese la mano, disse che era un po’ che la osservava passare davanti alla sua bottega, e le chiese di sposarlo. «Julia … obiettò che praticamente non si conoscevano neppure. Ma W.O. era talmente deciso che alla fine Julia propose di aprire a caso il libro che si era portata da vendere, dicendo che si sarebbe regolata in base al capoverso centrale della pagina di destra –“Una vera sventataggine da parte mia” ebbe a commentare anni dopo –e andò a pescare proprio la descrizione di uno sposalizio, con le parole: “finché morte non ci separi”. “Ecco!” esclamò W.O. “Sta scritto! Bisogna ubbidire”. Il matrimonio fu celebrato a gennaio, tre mesi scarsi dopo la avventata proposta».


Gli opposti che si attraggono, gioventù e vecchiaia; semplice convenienza (un appoggio economico per lei, una governante per lui); sadomasochismo; ricerca del padre, identificazione paterna; pressione sociale sulle persone non sposate… Le spiegazioni possono essere tante, ma a voi sembrano convincenti? Perché non prendere quanto meno in considerazione che i due si siano incontrati «perché era scritto»? Lei lo aveva avvicinato proponendogli un libro; lui aveva risposto imprestandole un libro; la cosa fu decisa aprendo un libro e il frutto di quella unione libresca fu Thomas Wolfe, scrittore di libri. Quando Thomas aveva due anni, i genitori erano soliti «fargli leggere qualcosa ad alta voce per intrattenere gli ospiti». Julia, da parte sua, era convinta di essere stata l’invisibile artefice del talento letterario del figlio perché durante la gravidanza aveva «trascorso i pomeriggi a letto a leggere». Quanto ai sei fratelli e sorelle di Thomas, le loro ghiande erano di tipo diverso e avevano scelto quei genitori per altre ragioni. Come sempre, è nella persona eccezionale che questo processo si manifesta nel modo più evidente. Dunque Thomas Wolfe fu in realtà chiamato in quella famiglia di Asheville, North Carolina, e i suoi genitori furono chiamati l’una verso l’altro per costruire quella famiglia, in modo che egli potesse fare ciò che andava fatto. Come, altrimenti, avrebbe potuto scrivere i suoi libri, se non avesse «conosciuto» i suoi genitori prima che essi conoscessero lui? Fu la mano di un angelo ad aprire il libro a quella pagina, concependo Julia e W.O. come suoi genitori prima che essi concepissero lui come loro figlio.


Il codice dell’anima, James Hillman