Cambia il tuo modo di vedere
e vedrai come cambierai.
Adagio zen
MEDICINA PER LA MENTE
(Storia zen)
Un Monaco che guidava un carro perse il controllo del cavallo che, impaurito, nel suo folle galoppo travolse un bambino causando la sua morte. Il giudice non incolpò il guidatore, perché tutti i testimoni raccontarono il fatto come un disgraziato incidente, ma il monaco da quel giorno visse ossessionato dalla colpa. Ad ogni ora del giorno e della notte poteva vedere la faccia del bambino e sentire il suo grido di dolore quando veniva schiacciato dal carro. In questo modo, ossessionato in modo perverso, non riusciva a distogliere l'evento dalla sua mente, e così passarono le settimane e i mesi senza che il monaco potesse dimenticare.
Intrappolato dal dolore, decise di consultare il maestro: “Se sei cosi stupido da non riuscire a conviverci, é meglio che tu prenda una decisione, altrimenti vivrai tormentato per il resto dei tuoi giorni”.
“Ci proverò, ma ho impresso nella mente la faccia e l'urlo del bambino”.
Passò un po' di tempo, ma il monaco non dimenticava. Il maestro gli disse:
La tua unica soluzione é cercare una morte onorevole. Se non riesci a battere questo, non meriti di continuare a vivere come monaco, io ti aiuterò a morire.
Il maestro tirò fuori la sua spada affilata e chiese al Monaco di inginocchiarsi. Questo, confuso e per l'obbedienza dovuta, fece ciò che ordinava.
“Non muoverti, ti taglio la testa con un sol colpo.
Il Monaco si riempì di paura, un sudore freddo percorse il suo corpo che cominciò a tremare.
Il maestro iniziò il colpo. La lama avanzò così rapidamente verso il collo piegato che sentì il suo sibilo avvicinarsi. In quel momento il terrore lo paralizzò.
Ma il maestro fermò la spada giusto un millimetro prima che toccasse la pelle del Monaco. Con un forte grido chiese: “Hai sentito la voce del bambino o hai visto la sua faccia?
“No!” rispose il monaco stordito e ancora pieno di paura.
“Se sono scomparsi una volta dalla tua mente, potrai farlo di nuovo. Non c'è più bisogno che tu muoia”.
Causa/effetto
Una volta un allievo chiese al proprio maestro: Che cos'è il destino?». Il maestro ci pensò sopra un attimo e rispose: «Il destino è una sequenza ininterrotta di fatti in relazione tra loro, dove ogni fatto condiziona
l'altro». «Mah, io, al contrario, penso che la nostra vita quotidiana sia scandita dalla legge di causa/effetto. Faccio fatica a credere a una realtà differente da questa sequenza lineare!», rispose saccente l'allievo.
Allora il maestro indica sulla strada una processione di persone che conducevano al patibolo un uomo accusato di omicidio, e chiese all'allievo: «Quell'uomo presto sarà giustiziato. Questo è a causa del fatto che qualcuno gli ha dato del denaro per comprarsi un'arma con cui ha ucciso una persona? Oppure la causa è il testimone che ha assistito alla scena del delitto? Oppure la causa è che nessuno lo ha bloccato in tempo?».
Il dito e la luna
Gianluca Magi
I SEI CIECHI E L'ELEFANTE (storia sapienziale)
C’era una volta un villaggio i cui abitanti erano tutti ciechi. Un giorno un principe straniero, che viaggiava sopra un elefante, si fermò davanti alle mura di questo villaggio, per una sosta durante il suo tragitto.
Tra gli abitanti si diffuse la voce della presenza del principe e di un animale straordinario, che essi non conoscevano. Così i cittadini decisero di inviare sei persone ad accogliere il principe e a toccare l’elefante, così che poi avrebbero potuto descriverlo a tutti gli altri.
Al loro ritorno, i sei ciechi furono accolti con impazienza e curiosità. Il primo disse che un elefante è come un enorme ventaglio rugoso. Aveva toccato le orecchie.
“Assolutamente no” intervenne il secondo “perché è come un paio di lunghe ossa.” Egli aveva toccato le zanne.
“Ma proprio per niente!” esclamò il terzo “Un elefante assomiglia ad una grossa corda.” Aveva toccato la proboscide.
“Ma cosa state dicendo? Piuttosto è compatto come un tronco d’albero!” replicò il quarto cieco, che aveva toccato le zampe dell’elefante.
“Non capisco di cosa state parlando” gridò il quinto cieco “l’animale assomiglia ad un muro che respira.” Questi gli aveva gli toccato i fianchi.
Il sesto sentenziò fermamente “Non è vero nulla di tutto questo: un elefante è come una lunga e robusta fune.” Aveva toccato la coda.
Così i sei ciechi iniziarono a litigare, presi tutti dall’affermare ciò che avevano toccato. Attirato dalle urla, il principe rimase in ascolto e, comprendendo che quella situazione era destinata a ripetersi all’infinito, prese la parola e sussurrò:
“Tutti dicono una verità. Ognuno sa cosa ha sentito ed è sicuro di ciò che ha toccato con mano. Ma l’esperienza fatta è solo una parte della verità e solo ascoltandosi, ognuno può andare oltre e comprenderne l'interezza della verità che cerca".