domenica 26 aprile 2026

 L’OROLOGIO FERMO ALLE SETTE


Su una delle pareti della mia stanza è appeso un bell’orologio antico che non funziona più.

Le sue lancette, ferme quasi da sempre, segnalano imperturbabili la stessa ora: le sette in punto.

Quasi sempre, l’orologio è solo un inutile addobbo su una parete biancastra e vuota.

Tuttavia, ci sono due momenti della giornata, due istanti fugaci, in cui il vecchio orologio sembra risorgere dalle sue ceneri come un’araba fenice.

Quando tutti gli orologi della città, nei suoi impazziti movimenti, i cucù e i gongs dei campanili fanno suonare sette volte il loro ripetuto canto, il vecchio orologio della mia stanza sembra prendere vita.

Due volte al giorno, mattina e sera, l’orologio si sente in completa armonia con il resto del mondo.

Se qualcuno guardasse l’orologio solamente in questi due momenti, direbbe che funziona alla perfezione…però, passato quell’istante, quando gli altri orologi zittiscono il loro canto e le lancette continuano il loro monotono cammino, il mio vecchio orologio perde il passo e rimane fedele a quell’ora su cui una volta fermò il suo andare.

Ma io amo quest’orologio. E quanto più parlo di lui, più lo amo, perché ogni volta sento che assomiglio di più a lui.

Anch’io sto fermo nel tempo. Anch’io mi sento inchiodato ed immobile. Anch’io sono, in qualche modo, un inutile ornamento su una parete vuota.

Ma allo stesso modo gioisco dei fugaci momenti nei quali, misteriosamente, arriva la mia ora. Durante questo tempo, sento che sono vivo.

Tutto diventa chiaro e il mondo ritorna ad essere meraviglioso.

La prima volta che mi sentii così, provai ad afferrarmi a questo istante, credendo che potessi farlo durare per sempre.

Ma non fu cosi. Come il mio amico orologio, anche a me sfugge via il tempo degli altri .

Passati questi momenti, gli altri orologi, che vivono in altri uomini, continuano il loro giro ed io ritorno alla mia abituale morte statica, al mio lavoro, alle mie chiacchiere da caffè, al mio noioso andare, che sono abituato a chiamare vita.

Però so che la vita è un’altra cosa.

So che la vita, quella vera, non è che la somma di quei momenti che, anche se passeggeri, ci permettono percepire la sintonia dell’universo.

Quasi tutti, poverini, credono di vivere.

Ma solamente ci sono istanti di completa pienezza e quelli che non lo sanno e insistono a voler vivere per sempre, rimarranno condannati al mondo grigio e ripetitivo della quotidianità.

Per questo ti amo orologio.

Perché, in fondo io e te, siamo la stessa cosa.


Lascia che ti racconti di Jorge Bucay

sabato 25 aprile 2026

 L'elefante incatenato.


“Non posso” – gli dissi – “Non posso!”

“Ne sei sicuro?” – mi chiese lui.

“Sì, mi piacerebbe tanto sedermi davanti a lei e dirle quello che provo. Ma so che non posso farlo”.

Jorge si sedette come un Buddha su quelle orribili poltrone azzurre del suo studio. Sorrise, mi guardò negli occhi e, abbassando la voce come faceva ogni volta che voleva essere ascoltato attentamente, mi disse:

“Ti racconto una storia…”

E senza aspettare il mio assenso iniziò a raccontare:


“Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali.


Ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune. Ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe.

Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire.

Era davvero un bel mistero.

Che cosa lo teneva legato, allora?

Perchè non scappava?

Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi. Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell’elefante.


Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perchè era ammaestrato. Allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perchè lo incatenano?”.


Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente.


Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda.

Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta:

l’elefante del circo non scappa perchè è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto.

Sono sicuro che, in quel momento, l’elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi.

Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perchè quel paletto era troppo saldo per lui.

Lo vedevo addormentarsi sfinito e il giorno dopo provarci di nuovo e così il giorno dopo e quello dopo ancora...

Finchè un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale accettò l’impotenza rassegnandosi al proprio destino.

L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perchè, poveretto, crede di non poterlo fare. Reca impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata subito dopo la nascita.

E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo.

E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più…”

“Proprio così, Demiàn. Siamo un po’ tutti come l’elefante del circo:

andiamo in giro incatenati a centinaia di paletti che ci tolgono la libertà.

Viviamo pensando che “non possiamo” fare un sacco di cose semplicemente perchè una volta, quando eravamo piccoli, ci avevamo provato ed avevamo fallito.

Allora abbiamo fatto come l’elefante, abbiamo inciso nella memoria questo messaggio: non posso, non posso e non potrò mai.

Siamo cresciuti portandoci dietro il messaggio che ci siamo trasmessi da soli, perciò non proviamo più a liberarci del paletto.

Quando a volte sentiamo la stretta dei ceppie facciamo cigolare le catene, guardiamo con la coda dell’occhio il paletto e pensiamo:

non posso, non posso e non potrò mai”.


Jorge fece una lunga pausa. Quindi si avvicinò, si sedette sul pavimento davanti a me e proseguì:

“E’ quello che succede anche a te, Demiàn. Vivi condizionato dal ricordo di un Demiàn che non esiste più e che non ce l’aveva fatta.

L’unico modo per sapere se puoi farcela è provare di nuovo mettendoci tutto il cuore… tutto il tuo cuore!”


Jorge Bucay, “Lascia che ti racconti. Storie per imparare a vivere”

venerdì 24 aprile 2026

 Esistono molti modi per calmare un'energia negativa senza sopprimerla o combatterla. La riconosci, le sorridi e inviti qualcosa di più piacevole a sostituirla; leggi parole ispiratrici, ascolta della bella musica, vai in mezzo alla natura o pratica la meditazione camminata. 


Thich Nhat Hanh

giovedì 23 aprile 2026

 Le monete d'oro (storia sapienziale)


Un contadino sentì un rumore sotto la ruota del rastrello del suo aratro. Guardò con curiosità e scoprì dissotterrato uno scrigno pieno di monete d'oro.

Che fortuna! Lo prese e lo sotterrò profondamente nel suo giardino. 

"Cosa fare con quel tesoro?" si chiese. Immaginò tutto quello che poteva comprarci e decise... qualcosa finalmente.

Questo baule pieno di monete d'oro sarebbe stata la tua sicurezza in caso di una dura stagione.

E tale sicurezza cambiò il suo carattere.

Da prudente diventò rilassato, da scontroso diventò gentile e eliminò la sua intolleranza, infatti, vedeva una vita bella e felice, sapendo che anche se fossero arrivati tempi duri, poteva affrontarli.

Passo il tempo. Le sue ultime ore arrivarono e prima di morire, riunì i suoi figli e gli rivelò il suo segreto. E morì poco dopo.

Il giorno dopo, i suoi figli scavarono nel posto giusto, trovarono lo scrigno, ma, che sorpresa, era vuoto!

Le monete erano state rubate al contadino da oltre 10 anni.

mercoledì 22 aprile 2026

 Non si va nella foresta ad accusare gli alberi di essere decentrati, né si va sulla riva a definire le onde imperfette. Perché allora ci guardiamo in questo modo? 


Lao Tzu

martedì 21 aprile 2026

 Non preoccuparti se oggi sei come ieri. Una goccia d'acqua che cade costantemente sulla pietra, alla fine la modella. La tua costanza è la tua arte.


Tich Nath Hanh

domenica 19 aprile 2026

 MEDICINA PER LA MENTE 

(Storia zen)


Un Monaco che guidava un carro perse il controllo del cavallo che, impaurito, nel suo folle galoppo travolse un bambino causando la sua morte. Il giudice non incolpò il guidatore, perché tutti i testimoni raccontarono il fatto come un disgraziato incidente, ma il monaco da quel giorno visse ossessionato dalla colpa. Ad ogni ora del giorno e della notte poteva vedere la faccia del bambino e sentire il suo grido di dolore quando veniva schiacciato dal carro. In questo modo, ossessionato in modo perverso, non riusciva a distogliere l'evento dalla sua mente, e così passarono le settimane e i mesi senza che il monaco potesse dimenticare.

 Intrappolato dal dolore, decise di consultare il maestro: “Se sei cosi stupido da non riuscire a conviverci, é meglio che tu prenda una decisione, altrimenti vivrai tormentato per il resto dei tuoi giorni”.

“Ci proverò, ma ho impresso nella mente la faccia e l'urlo del bambino”.

 Passò un po' di tempo, ma il monaco non dimenticava. Il maestro gli disse:

 La tua unica soluzione é cercare una morte onorevole. Se non riesci a battere questo, non meriti di continuare a vivere come monaco, io ti aiuterò a morire.

Il maestro tirò fuori la sua spada affilata e chiese al Monaco di inginocchiarsi. Questo, confuso e per l'obbedienza dovuta, fece ciò che ordinava.

“Non muoverti, ti taglio la testa con un sol colpo.

 Il Monaco si riempì di paura, un sudore freddo percorse il suo corpo che cominciò a tremare.

Il maestro iniziò il colpo. La lama avanzò così rapidamente verso il collo piegato che sentì il suo sibilo avvicinarsi. In quel momento il terrore lo paralizzò.

Ma il maestro fermò la spada giusto un millimetro prima che toccasse la pelle del Monaco. Con un forte grido chiese: “Hai sentito la voce del bambino o hai visto la sua faccia?

“No!” rispose il monaco stordito e ancora pieno di paura.

“Se sono scomparsi una volta dalla tua mente, potrai farlo di nuovo. Non c'è più bisogno che tu muoia”.

sabato 18 aprile 2026

 Causa/effetto


Una volta un allievo chiese al proprio maestro: Che cos'è il destino?». Il maestro ci pensò sopra un attimo e rispose: «Il destino è una sequenza ininterrotta di fatti in relazione tra loro, dove ogni fatto condiziona

l'altro». «Mah, io, al contrario, penso che la nostra vita quotidiana sia scandita dalla legge di causa/effetto. Faccio fatica a credere a una realtà differente da questa sequenza lineare!», rispose saccente l'allievo.

Allora il maestro indica sulla strada una processione di persone che conducevano al patibolo un uomo accusato di omicidio, e chiese all'allievo: «Quell'uomo presto sarà giustiziato. Questo è a causa del fatto che qualcuno gli ha dato del denaro per comprarsi un'arma con cui ha ucciso una persona? Oppure la causa è il testimone che ha assistito alla scena del delitto? Oppure la causa è che nessuno lo ha bloccato in tempo?».


Il dito e la luna

Gianluca Magi

venerdì 17 aprile 2026

 Impara l'arte di fermarti. Nel silenzio e nel riposo, il corpo ritrova la sua saggezza innata e si rigenera da solo.


Tich Nat Han