Negli anni ho ascoltato tante storie di persone che si sono messe in gioco, hanno vinto, perso, si sono rialzate. Ho visto manager, imprenditori, studenti e atleti affrontare successi e fallimenti in modi molto diversi. E ho capito che il modo in cui ce li raccontiamo cambia tutto. C’è chi si rimbocca le maniche, chi si sente in balia degli eventi, chi cerca scuse, chi si convince di non essere abbastanza e chi si affida solo al talento.
Quello che non molla mai
C’è il manager che, dopo una giornata infernale, torna a casa con la testa sui progetti. Se un cliente firma il contratto, pensa: "Ce lo siamo sudati, abbiamo fatto un gran lavoro." Se qualcosa va storto, si chiede: "Dove ho sbagliato? Cosa posso fare meglio?" Non perde tempo a lamentarsi. Sa che il successo non è fortuna, ma impegno costante.
Quello che si sente sempre fuori posto
Poi c’è l’imprenditore che, quando tutto va bene, si dice: "È stato un colpo di fortuna." Ma se le cose crollano, il pensiero diventa: "Forse non sono all’altezza." Ho visto talenti spegnersi così. Perché quando smetti di credere in te stesso, smetti anche di provarci. E il punto è proprio questo: non è il talento che ti porta lontano, ma la fiducia in te stesso.
Quello che non sbaglia mai (o almeno così dice)
C’è il professionista che si prende il merito di ogni successo: "Ovvio che sia andata bene, sono bravo." Ma quando qualcosa va storto? "Non è colpa mia, il mercato era sfavorevole, i collaboratori hanno sbagliato, la crisi, la sfortuna…" Tutto, tranne lui. È un’armatura utile per proteggere l’ego, ma alla lunga diventa una gabbia. Se non riconosci mai i tuoi errori, non impari nulla.
Quello che si lascia trasportare
Ci sono quelli che vedono la carriera come un viaggio su un treno che qualcun altro sta guidando. Se va bene, erano nel posto giusto al momento giusto. Se va male, è colpa di altri. Vivere così ha un vantaggio: meno ansia. Ma rischi di guardare il mondo scorrere dal finestrino, senza mai prendere il volante.
Quello che si sente speciale… finché non cade
E poi c’è chi crede di avere un dono. Lo sportivo che si allena poco perché "tanto ha talento", lo studente brillante che non studia perché "impara al volo". Finché fila tutto liscio, va alla grande. Ma al primo ostacolo, al primo fallimento, il dubbio si insinua: "Forse non sono così speciale." Qui si gioca tutto: chi ha voglia di mettersi in discussione, cresce. Chi no, si perde.
Tutti abbiamo un po’ di queste mentalità dentro di noi. Non si tratta di giusto o sbagliato, ma di scegliere cosa vogliamo raccontarci.
Il modo in cui vediamo il nostro percorso può essere un trampolino o una zavorra.
E tu, in quale di queste storie ti riconosci?

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