Gli antichi testi Pali paragonano la meditazione all’addomesticare un’elefante selvaggio. A quei tempi, con una corda resistente si legava ad un palo l’animale appena catturato. L’elefante, che si ritrovava legato non era certo contento: barriva e scalciava, e tirava la corda per giorni.
Finalmente gli entrava in testa il fatto che non poteva andarsene, e si calmava. A quel punto potevano cominciare a nutrirlo ed a occuparsi di lui, prendendo qualche misura di sicurezza. Alla fine potevano fare a meno della corda e del palo e riuscivano ad addestrare l’elefante ai vari compiti. Si ritrovavano cosi ad avere un’elefante addomesticato che poteva essere impiegato per un lavoro utile.
In questa analogia l’elefante selvaggio è la vostra mente, selvaggiamente vivace, la corda è la consapevolezza ed il palo è l’oggetto della meditazione, cioè il respiro. L’elefante addomesticato, il risutlato del processo, è una mente ben addestrata e concentrata, che puo essere usata per il lavoro, estremamente arduo, di penetrare strati di confusione che oscurano la realtà. La meditazione addomestica la mente.
Tratto da “La pratica della consapevolezza” di Bhante Henepola Gunaratana.

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