Lo stato del non c’è avversario
Dai nove anni ho provato piacere nel praticare la spada. Ma quando ero giovane non pensavo ad altro che a colpire I’avversario con tutta la forza. Indifferente alla posizione, mulinavo l’arma alla buona e così passarono dieci anni in cui diventavo più abile e in grado di spostarmi in tutte le direzioni; ero fiducioso nella mia capacità. Ma verso i vent’anni cominciai a fissarmi sulla spada dell’avversario e persi fluidità nel movimento. Per qualche ragione provavo incertezza nel colpire ed ero lontano dal dimostrare la passata agilità. Mancava qualcosa alla mia pratica e l’allenamento non dava soddisfazione. Decisi di darci dentro più che mai. Avevo ventotto o ventinove anni, ero nel pieno vigore; mi allenavo giorno e notte, contro una fila interminabile di avversari, usando tutta la mia energia. Divenni capace di valutare uno spadaccino solo dalla guardia, ma era tutto. Praticare tutti questi anni per non conquistare altro che un giudizio sul valore dell’altro sembrava un cattivo affare. Tuttavia sapevo che la mia fatica era indirizzata nella giusta direzione. Avrei continuato a cercare anche se la scherma fosse scomparsa dal mondo e ne fossi rimasto I’ultimo esponente. Non mi sarei fermato finche non avessi definitivamente penetrato I’utimo segreto. Passarono gli anni, finché il 30 marzo 1880 ho raggiunto lo stato del non c’è avversario. Non posso descrivere l’estasi di quel momento. Non vi sono dubbi che il risultato di un’esperienza trasmessa in modo rigoroso è appagante e reale. Avevo quarantacinque anni. Esaminando la mia precedente posizione su abilità o incapacità, su combattere o meno, ho compreso che queste dicotomie non hanno a che fare col combattimento; queste cose sono creazioni della mente. Se c’è l’io, esiste anche l’avversario; se non c’è io, non c’è avversario. Arrivando a comprendere questa verità, bravo o brocco, debole o forte, principiante o esperto, non sono più percepiti come opposti.
Yamaoka Tesshū
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