Quando Einstein aveva settant'anni, ricevette una lettera che lo toccò profondamente. Un rabbino gli scriveva di come non riuscisse a consolare la figlia diciannovenne, distrutta dal dolore per la morte della sorella sedicenne, una ragazza pura, innocente e bella.
La risposta che Einstein diede lascia senza fiato, semplice ma piena di saggezza, va dritta al cuore. Un messaggio che ci invita a guardare oltre il nostro dolore e a capire che siamo tutti parte di qualcosa di più grande.
«Un essere umano è una parte, limitata nel tempo e nello spazio, di quel tutto che chiamiamo “Universo”. Un essere umano sperimenta se stesso, i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualcosa di separato dal resto: una sorta di illusione ottica della sua coscienza. Tale illusione è per noi una specie di prigione, che ci vincola ai nostri desideri personali e all’affetto verso alcune persone particolarmente a noi vicine. Il nostro compito dev’essere di liberarci dalla prigione ampliando il nostro raggio di compassione fino ad abbracciare tutte le creature viventi e l'intero complesso della natura nella sua bellezza».
La lettera è tratta dall’articolo di Walter Sullivan “The Einstein Papers: A Man of Many Parts” (in: «The New York Times», 29 marzo 1972).

Nessun commento:
Posta un commento