Quando sei seduto
nel mezzo del tuo problema,
cosa è più reale per te:
il tuo problema o te stesso?
La consapevolezza che sei qui,
proprio ora,
è il fatto ultimo.
Shunryu Suzuki
La timidezza è un paradosso affascinante: più cerchi di vincerla, più lei si rafforza. Un po' come l'insonnia, si alimenta degli sforzi stessi che fai per combatterla.
E se cambiassimo prospettiva?
Quando dici «sono timido», non stai dichiarando una debolezza, ma dimostrando il coraggio di riconoscere una parte di te, di accettarla e forse anche di darle spazio.
Il primo passo per trasformare qualcosa è smettere di combatterla, Sun Tzu direbbe: se hai un nemico per neutralizzarlo, fattelo amico.
Ci vuole coraggio a riconoscere di essere timidi, ma ancor di più a fare pace con quella parte di sé.
Quando smetti di considerarla un nemico da sconfiggere, puoi iniziare a guardarla come un'opportunità di crescita personale. E, in quel momento, non sarà più la timidezza a definirti, ma la tua capacità di affrontarla con serenità.
La libertà non risiede nel tentativo di eliminare emozioni o tratti che non piacciono, ma nel non identificarsi con essi.
Chiediti: Chi sono io veramente, al di là di questa timidezza? Chi sta osservando questa sensazione?
Quando rispondi a queste domande, scopri che non sei definito da ciò che senti o da ciò che temi.
Rimani in silenzio, osservando senza giudicare, vedrai che la timidezza non ha radici profonde.
Con la mente silenziosa, vedrai che la timidezza si dissolve da sé, come una nebbia che si alza al primo raggio di luce.
I pensieri acquisiscono forza con la ripetizione. Se intratteni un pensiero negativo o un buon pensiero una volta, questo pensiero negativo o buon pensiero ha la tendenza a ripresentarsi di nuovo.
I pensieri si affollano insieme proprio come gli uccelli della stessa piuma si radunano insieme. Allo stesso modo, se intratteni un pensiero negativo, tutti i tipi di pensieri negativi si uniscono e ti attaccano. Se intratteni un qualsiasi buon pensiero, tutti i buoni pensieri si uniscono per aiutarti.
Swami Sivananda
Ti sei mai trovato a pensare: "Aspetto ancora un attimo, non sono pronto"? Forse stai iniziando il tuo primo lavoro, un nuovo progetto o semplicemente una sfida che ti mette un po’ paura.
È normale voler aspettare, sentirsi impreparati, sperare che il famoso "momento giusto" arrivi e ti dica: "Vai, adesso è il momento perfetto."
Quel momento perfetto non arriverà mai.
Non sarai mai pronto prima di iniziare. La prontezza non è qualcosa che si ha, è qualcosa che si diventa. E lo diventi facendo, sbagliando, aggiustando il tiro.
Aspettare non ti proteggerà dai rischi, anzi, li farà sembrare ancora più grandi. Ti fa rimandare, ingigantisce le paure e allontana il momento in cui potresti davvero iniziare a crescere.
La verità? Nessuno si sente pronto all’inizio. E chi ti dice il contrario probabilmente sta mentendo.
Fai il primo passo, anche se ti trema la gamba. Non sarà perfetto, ma sarà tuo. Ed è così che si impara, è così che ci si scopre pronti, un giorno, a guardare indietro e dire: "Sono felice di averci provato."
L'ombra che proiettiamo sugli altri
Quante volte ci siamo trovati di fronte a una persona che sembra “troppo” forte, sicura o dominante, e abbiamo sentito un’immediata sensazione di inadeguatezza? Come se, in qualche modo, quella persona avesse un potere su di noi. Ma, in realtà, quel potere è un riflesso della nostra reazione, del nostro modo di percepire quella persona, e non del suo comportamento.
Ogni volta che ci sentiamo intimiditi, non stiamo rispondendo solo a quello che vediamo davanti a noi, ma anche a qualcosa che risuona dentro di noi. Forse quella persona ci ricorda qualcosa che non abbiamo ancora accettato di noi stessi, forse incarna un’idea di forza che desideriamo ma non sappiamo come esprimere. O, al contrario, ci fa riflettere su ciò che temiamo di diventare.
Ecco perché spesso ci troviamo a giudicare o criticare gli altri, pensando di parlare di loro, mentre in realtà stiamo dicendo molto di più su noi stessi. È un po’ come se quando Paolo parla di Giovanni, stesse raccontando più di sé che di Giovanni.
Tutti abbiamo delle ombre dentro di noi, aspetti di noi che non ci piacciono o che non vogliamo vedere. Se non ne siamo consapevoli saremo tentati di proiettarle sugli altri, giudicando o temendo in loro ciò che non vogliamo affrontare in noi.
Ma c'è un modo per liberarci da questo ciclo: prendere consapevolezza di ciò che stiamo proiettando. Ogni volta che ci sentiamo intimiditi, possiamo chiedere a noi stessi: “Cosa di questa persona mi fa sentire così? Che parte di me sto evitando di vedere?”. In questo modo, possiamo fermare la reazione automatica e trasformarla in un'opportunità per comprendere meglio noi stessi.
Le minacce non vengono dagli altri, ma da quello che ci spaventa dentro di noi. Quando smettiamo di temere le nostre ombre, possiamo smettere di proiettarle sugli altri, lasciando che il nostro vero potere emerga.
Ci sono tre modi sbagliati di pensare.
Quali? Quel modo di pensare che è fondato sul desiderio di venir lodato, quel modo di pensare che è fondato su guadagni, onori e reputazione e quel modo di pensare che è fondato sull’immischiarsi negli affari altrui. Questi sono i tre modi di pensare non profittevoli.
Siddhartha Gautama