Recita la tua parte
nella commedia,
ma non identificare
te stesso
con il tuo ruolo.
Adagio taoista
CONTROLLO E STRESS IN AZIENDA: DOVE TI TROVI?
Negli anni ho visto molte realtà aziendali e, con esse, manager e professionisti bloccati in dinamiche che li logorano o, al contrario, li fanno crescere. Ho notato che il livello di stress dipende quasi sempre da due fattori: quanta pressione subisci e quanta libertà hai nel gestirla. Quando questi due elementi si combinano, emergono quattro situazioni molto diverse.
Ci sono aziende in cui i manager finiscono per annoiarsi. Persone capaci, con esperienza, che però si trovano in ruoli troppo stretti. Nonostante abbiano le competenze per fare molto di più, ricevono richieste minime. All’inizio può sembrare una situazione comoda, ma alla lunga diventa frustrante. Ti senti sprecato, poco riconosciuto, e giorno dopo giorno la motivazione cala.
Poi ci sono quei contesti in cui lo stress è sano, persino stimolante. Qui le richieste sono alte, ma lo sono anche le risorse e l'autonomia. Ho visto manager brillare in situazioni del genere: sentono di avere il controllo, accettano la fatica perché ha un senso, perché li fa crescere. È uno stress che attiva, non che consuma.
Ma non sempre le cose funzionano così. In tante realtà aziendali, la pressione è alta ma il controllo è scarso. Vengono chiesti risultati importanti senza fornire strumenti adeguati o margine di manovra. Qui lo stress diventa velenoso: ansia, senso di impotenza, fatica che si accumula. Se la situazione non cambia, il rischio di burnout è altissimo.
Infine, ho incontrato anche aziende dove tutto è piatto. Non ci sono sfide, né margine di azione. Sembra un porto sicuro, ma in realtà è un lento spegnersi. Senza stimoli, senza obiettivi reali, la passività prende il sopravvento e le persone smettono di dare il meglio.
E tu, in quale di questi scenari ti ritrovi? E soprattutto, dove vorresti essere?
Di certe persone si dice che sia meglio averle dalla propria parte piuttosto che contro. Un consiglio che potrebbe sembrare dettato dalla paura, ma che in realtà richiama un principio più profondo: non sempre la forza sta nell’opposizione, spesso risiede nell’arte di collocare le energie nel punto giusto.
Il Taoismo insegna che l’acqua non combatte la roccia, la avvolge e la modella nel tempo. Non tutto ciò che è scomodo va rifiutato, a volte il vero equilibrio nasce dal saper orientare ciò che non può essere eliminato.
Forse è questo il senso delle parole, poco eleganti ma estremamente pratiche, con cui il presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson spiegò a un giornalista perché non si sbarazzò di Edgar Hoover, il temuto direttore dell’FBI ereditato dai suoi predecessori:
"Meglio tenerlo dentro la tenda che piscia fuori, piuttosto che fuori che piscia dentro."
Recentemente, un mio cliente si è trovato nei guai proprio per aver dato una mano a qualcuno. Le conseguenze probabilmente saranno pesanti, e forse la prossima volta ci penserà due volte prima di farlo. Eppure, c’è una qualità che distingue chi fa impresa: la capacità di stare nell’incertezza senza farsi travolgere.
Per sostenerlo, gli ho ricordato una frase di Nisargadatta:
"Perché dovrei preoccuparmi del futuro? Se mi prendo cura del presente, il futuro si prenderà cura di sé stesso."
Sorridendo ha riconosciuto che, inconsapevolmente, questo è stato il suo mantra da anni. Anche durante la pandemia, quando tutto sembrava crollare, il suo atteggiamento era perfettamente allineato a questa idea.
Sono molto fortunato, nel mio lavoro incontro spesso persone con una fiducia incrollabile anche nei momenti più difficili. È un promemoria continuo: la vera forza non sta nel controllo, ma nella capacità di affrontare l’incertezza con lucidità. Son dei surfisti della realtà.
Negli anni ho ascoltato tante storie di persone che si sono messe in gioco, hanno vinto, perso, si sono rialzate. Ho visto manager, imprenditori, studenti e atleti affrontare successi e fallimenti in modi molto diversi. E ho capito che il modo in cui ce li raccontiamo cambia tutto. C’è chi si rimbocca le maniche, chi si sente in balia degli eventi, chi cerca scuse, chi si convince di non essere abbastanza e chi si affida solo al talento.
Quello che non molla mai
C’è il manager che, dopo una giornata infernale, torna a casa con la testa sui progetti. Se un cliente firma il contratto, pensa: "Ce lo siamo sudati, abbiamo fatto un gran lavoro." Se qualcosa va storto, si chiede: "Dove ho sbagliato? Cosa posso fare meglio?" Non perde tempo a lamentarsi. Sa che il successo non è fortuna, ma impegno costante.
Quello che si sente sempre fuori posto
Poi c’è l’imprenditore che, quando tutto va bene, si dice: "È stato un colpo di fortuna." Ma se le cose crollano, il pensiero diventa: "Forse non sono all’altezza." Ho visto talenti spegnersi così. Perché quando smetti di credere in te stesso, smetti anche di provarci. E il punto è proprio questo: non è il talento che ti porta lontano, ma la fiducia in te stesso.
Quello che non sbaglia mai (o almeno così dice)
C’è il professionista che si prende il merito di ogni successo: "Ovvio che sia andata bene, sono bravo." Ma quando qualcosa va storto? "Non è colpa mia, il mercato era sfavorevole, i collaboratori hanno sbagliato, la crisi, la sfortuna…" Tutto, tranne lui. È un’armatura utile per proteggere l’ego, ma alla lunga diventa una gabbia. Se non riconosci mai i tuoi errori, non impari nulla.
Quello che si lascia trasportare
Ci sono quelli che vedono la carriera come un viaggio su un treno che qualcun altro sta guidando. Se va bene, erano nel posto giusto al momento giusto. Se va male, è colpa di altri. Vivere così ha un vantaggio: meno ansia. Ma rischi di guardare il mondo scorrere dal finestrino, senza mai prendere il volante.
Quello che si sente speciale… finché non cade
E poi c’è chi crede di avere un dono. Lo sportivo che si allena poco perché "tanto ha talento", lo studente brillante che non studia perché "impara al volo". Finché fila tutto liscio, va alla grande. Ma al primo ostacolo, al primo fallimento, il dubbio si insinua: "Forse non sono così speciale." Qui si gioca tutto: chi ha voglia di mettersi in discussione, cresce. Chi no, si perde.
Tutti abbiamo un po’ di queste mentalità dentro di noi. Non si tratta di giusto o sbagliato, ma di scegliere cosa vogliamo raccontarci.
Il modo in cui vediamo il nostro percorso può essere un trampolino o una zavorra.
E tu, in quale di queste storie ti riconosci?