venerdì 31 gennaio 2025

Per anni ho creduto di prendere decisioni lucide e razionali. Analizzavo i pro e i contro, cercavo di essere oggettivo, convinto di avere il pieno controllo sulle mie scelte.

Poi ho scoperto qualcosa che ha ribaltato questa certezza.

Daniel Kahneman parlava di bias cognitivi, meccanismi invisibili che distorcono il nostro pensiero senza che ce ne accorgiamo. Da quel momento ho iniziato a osservare le mie decisioni con maggiore attenzione. Un’osservazione che ho affinato anche grazie alla meditazione, imparando a creare spazio tra lo stimolo e la reazione, tra l’impulso e la scelta.

E lì ho visto chiaramente ciò che prima mi sfuggiva.

Mi sono accorto, per esempio, che quando ricevevo un nuovo incarico, il mio primo pensiero non era “è una buona opportunità?” ma “quanto è simile ad altre cose che ho già fatto?”. Il bias della familiarità mi spingeva a preferire ciò che conoscevo, anche quando l’alternativa poteva portarmi più lontano.

Oppure, durante una trattativa, se la prima proposta che sentivo era alta, tendevo a considerare tutte le altre più ragionevoli, anche quando non lo erano davvero. Il primo numero udito diventava un’ancora, influenzando il mio giudizio senza che me ne rendessi conto.

E poi c’era quella voce interiore che mi diceva: “Se lasci perdere adesso, tutto quello che hai investito sarà stato inutile”. Il bias del sunk cost mi faceva restare agganciato a situazioni, progetti, persino relazioni, solo perché ci avevo già dedicato tempo ed energia, invece di chiedermi se fosse ancora la scelta giusta.

Osservare questi meccanismi è stato il primo passo per iniziare a scegliere davvero.

Lo stesso vale per chi guida team, prende decisioni strategiche, gestisce persone. Ogni giorno, senza saperlo, ci affidiamo a pensieri che sembrano logici ma sono solo automatismi ben mascherati.

La mente non è il problema. Il problema è credere ciecamente a tutto ciò che ci racconta.

 Un promemoria tempestivo


Preoccuparsi non porta a nulla. Anche se ti preoccupi venti volte di più, non cambierà la situazione del mondo. Infatti, la tua ansia peggiorerà solo le cose. 

Anche se le cose non sono come vorremmo, possiamo comunque accontentarci, sapendo che stiamo facendo del nostro meglio e continueremo a farlo.


Thich Nhat Hanh 

giovedì 30 gennaio 2025

 Non importa quanto guardi, non c'è nulla che tu possa puntare il dito e dire: "Ecco il pensiero!" E il motivo per cui non puoi farlo è perché la natura del pensiero è vuota. Non c'è altro che vuoto. Quando un arcobaleno appare vivido nel cielo, puoi vedere i suoi bellissimi colori, ma non potresti indossarlo come un indumento o indossarlo come un ornamento. Sorge attraverso la congiunzione di vari fattori, ma non c'è nulla in esso che possa essere afferrato. Allo stesso modo, i pensieri che sorgono nella mente non hanno un'esistenza tangibile o una solidità intrinseca. Non c'è una ragione logica per cui i pensieri, che non hanno sostanza, dovrebbero avere così tanto potere su di te, né c'è alcuna ragione per cui dovresti diventare il loro schiavo.


Kyabje Dilgo Khyentse Rinpo

mercoledì 29 gennaio 2025


«Non valgo nulla»: un motore per il miglioramento

Ti sei mai sentito inadeguato, come se il tuo contributo non avesse peso? È un pensiero duro, ma se affrontato con consapevolezza può diventare un'opportunità.

Non è raro che una sincera autoanalisi porti a scoprire lati di noi stessi che preferiremmo non mostrare. Ma questo stesso "deficit percepito" può trasformarsi in una forza. Quando senti di non essere abbastanza, non sei paralizzato, sei spinto a migliorarti.

Sul lavoro, quante volte un senso di insoddisfazione ti ha portato a chiederti: «Come posso fare di meglio?» È così che nascono nuove competenze, idee e strategie.

Lo so, perché l’ho vissuto anch’io. Ogni volta che ho messo in discussione il mio valore, è stato doloroso. Ma quella sensazione mi ha spinto a studiare di più, a esplorare nuove strade e a diventare la persona che sono oggi. Non è stato facile, ma guardandomi indietro capisco che è stata la chiave per evolvermi, come professionista e come individuo.

Non aver paura di non sentirti “abbastanza”: è il segnale che stai cercando qualcosa di più grande di te. Sul piano professionale, questo ti porterà lontano.

Perché dovresti preoccuparti del futuro? 

Non conosci nemmeno il presente. 

Prenditi cura del presente, il futuro si prenderà cura di sé stesso. 


Sri Ramana Maharshi

martedì 28 gennaio 2025


Quando Einstein aveva settant'anni, ricevette una lettera che lo toccò profondamente. Un rabbino gli scriveva di come non riuscisse a consolare la figlia diciannovenne, distrutta dal dolore per la morte della sorella sedicenne, una ragazza pura, innocente e bella.

La risposta che Einstein diede lascia senza fiato, semplice ma piena di saggezza, va dritta al cuore. Un messaggio che ci invita a guardare oltre il nostro dolore e a capire che siamo tutti parte di qualcosa di più grande.


«Un essere umano è una parte, limitata nel tempo e nello spazio, di quel tutto che chiamiamo “Universo”. Un essere umano sperimenta se stesso, i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualcosa di separato dal resto: una sorta di illusione ottica della sua coscienza. Tale illusione è per noi una specie di prigione, che ci vincola ai nostri desideri personali e all’affetto verso alcune persone particolarmente a noi vicine. Il nostro compito dev’essere di liberarci dalla prigione ampliando il nostro raggio di compassione fino ad abbracciare tutte le creature viventi e l'intero complesso della natura nella sua bellezza». 

La lettera è tratta dall’articolo di Walter Sullivan “The Einstein Papers: A Man of Many Parts” (in: «The New York Times», 29 marzo 1972).

Quante volte hai cercato di condividere un'idea profonda, un'intuizione nata da notti insonni o da giorni di riflessione, e ti sei trovato di fronte a un muro? Non è stato il valore dell’idea a mancare, ma forse il ponte tra te e l’altro.

Comunicare non è solo trasferire pensieri, è riconoscere il respiro dell’altro. 

È sapere che non tutti vedono il mondo dal tuo punto di vista, che non tutti camminano con il tuo passo.

Euripide ci ammonisce: “Parla da saggio a uno stolto, e ti chiamerà sciocco.” Non per giudicare chi non comprende, ma per ricordarci che la saggezza stessa deve saper indossare abiti semplici per essere accolta.

Non si tratta di abbassarsi, ma di allungare la mano. Di tradurre visioni in parole che sappiano camminare sulle strade dell’altro. È un atto di generosità, quasi d’amore: non basta avere qualcosa da dire, bisogna voler farlo arrivare.

Ogni parola è un seme. 

Il terreno, però, non è sempre fertile. 

Scegli con cura dove e come seminare.